A TUTTI GLI STUDENTI DI ITALIANDO PASSATI, PRESENTI E FUTURI I MIGLIORI AUGURI DI BUONE FESTE.
CON AFFETTO.
NICCA VIGNOTTO
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sabato 28 dicembre 2013
venerdì 13 dicembre 2013
Natale italiano: panettone o pandoro
Siamo il 14 di dicembre mancano
solo dieci giorni a Natale e i preparativi fervono. Fra le mille ricette
regionali e tradizionali per un Natale tutto italiano non possono mancare a
fine pasto i classici dolci natalizi: il panettone e il
pandoro. Ma quale dei due è il
piú amato dagli italiani? Difficile rispondere a questa domanda certamente
dipende molto dalle tradizioni di ogni famiglia. In casa mia il protagonista è
sicuramente il pandoro.
Storia del panettone
L'origine
del panettone è milanese. Nel '600 aveva la forma di una rozza focaccia, fatta
di farina di grano e chicchi d'uva. Nell' 800 il panettone era una specie di
pane di farina di grano arricchito con uova, zucchero, uva passa. L’uva passa
aveva una funzione propiziatoria di ricchezza e denaro.
Ci
sono varie leggende legate alla storia del panettone.
Una
prima leggenda ambientata a fine '400, narra di Ughetto figlio del condottiero Giacometto
degli Atellani si innamorò della bella e giovane Adalgisa. Per star vicino alla
sua amata egli s'improvvisò pasticcere come il padre di lei, tal Toni, creando
un pane ricco, aggiungendo alla farina e al lievito, burro, uova, zucchero,
cedro e aranci canditi. Erano i tempi di Ludovico il Moro, e la moglie duchessa
Beatrice vista questa grande passione del giovane, aiutata dei padri Domenicani
e da Leonardo da Vinci, si impegnò a convincere Giacometto degli Atellani a far
sposare il figlio con la popolana. Il dolce frutto di tale amore divenne un
successo senza precedenti, e la gente venne da ogni contrada per comprare e
gustare il "Pan del Ton".
Narra una seconda leggenda che per la vigilia di Natale, alla corte del duca Ludovico, era stata predisposta la preparazione di un dolce particolare. Purtroppo durante la cottura questo pane a cupola contenente acini d'uva si bruciò, gettando il cuoco nella disperazione. Fra imprecazioni e urla, si levò la voce di uno sguattero, che si chiamava Toni, il quale consigliò di servire lo stesso il dolce, giustificandolo come una specialità con la crosta. Quando la ricetta inconsueta venne presentata agli invitati fu accolta da fragorosi applausi, e dopo l'assaggio un coro di lodi si levò da tutta la tavolata; era nato il "pan del Toni".
Uno degli artefici del panettone moderno è stato Paolo Biffi, che curò un enorme dolce per Pio IX al quale lo spedì con una carrozza speciale nel 1847. La nascita e lo sviluppo della forma e della confezione attuale del panettone sono databili alla prima metà del '900, quando Angelo Motta propose il cupolone e il "pirottino" di carta da forno, quasi a celebrare la crescita e l'importanza del preparato.

Storia del pandoro Questa è invece una golosità tipica di Verona, delicata, soffice, che ha trovato un
posto d'onore nelle tavole natalizie italiane. Anche la sua storia è ricca di
aneddoti e leggende. L'attuale versione del pandoro risale all ‘800 come
evoluzione del"nadalin", il duecentesco dolce della città di
Verona a forma di stella che per tradizione le famiglie veronesi preparavano
per Natale. Nel 1260 per festeggiare il primo Natale dopo l’investitura dei
nobili Della Scala a Signori di Verona si creó
inizialmenteun dolce costituito da un tronco a stella con 8 punte e non
troppo alto ricoperto da una glassa. Intorno alla fine dell’Ottocento,
il dolce cambiò forma, venne alzato, le punte ridotte a 5 e la glassa
eliminata.
Storia del pandoro Questa è invece una golosità tipica di Verona, delicata, soffice, che ha trovato un posto d'onore nelle tavole natalizie italiane. Anche la sua storia è ricca di aneddoti e leggende. L'attuale versione del pandoro risale all ‘800 come evoluzione del"nadalin", il duecentesco dolce della città di Verona a forma di stella che per tradizione le famiglie veronesi preparavano per Natale. Nel 1260 per festeggiare il primo Natale dopo l’investitura dei nobili Della Scala a Signori di Verona si creó inizialmenteun dolce costituito da un tronco a stella con 8 punte e non troppo alto ricoperto da una glassa. Intorno alla fine dell’Ottocento, il dolce cambiò forma, venne alzato, le punte ridotte a 5 e la glassa eliminata.
Il
suo nome e alcune delle sue peculiarità risalirebbero invece ai tempi della
Repubblica Veneziana dove sembra che fra l'offerta molto diffusa di cibi
ricoperti con sottili foglie d'oro zecchino, ci fosse anche un dolce a forma
conica chiamato "pan de oro".
Un'altra
storia assegna la maternità del pandoro in Austria ai tempi dell’impero
Asburgico, dove si produceva il cosiddetto “Pane di Vienna”,
probabilmente derivato a sua volta dalle brioches francesi. Fin dal ‘700/’800,
infatti la tecnica per ottenere questo pane era molto conosciuta, la sua
lavorazione prevedeva di completare l’impasto aggiungendo una maggiore dose di
burro (come si fa per la pasta sfoglia) con il risultato che, durante la
cottura il dolce acquisti volume. Da non dimenticare che la famosa brioche
francese per secoli ha rappresentato il dessert preferito della corte dei dogi
In
ogni caso, qualunque sia stata la sua origine, nel 1894 fu brevettata la
ricetta da Domenico Melegatti mentre lo stampo fu disegnato dal pittore
impressionista Angelo Dell’Oca Bianca, che lo disegnò con il corpo a forma di
stella a 8 punte.
Una
cosa è abbastanza certa: il nome Pandoro deriva proprio dal colore dorato di
questo dolce, dato dalla presenza, nell’impasto, di una gran quantità di uova.
Fra gli ingredienti del pandoro si
annoverano: farina, zucchero, uova, lievito, burro e burro di cacao.La ricetta
originale del pandoro non prevede che questo venga guarnito internamente con
creme o canditi, il pandoro originale è quello senza farcitura ricoperto solo
da uno strato di zucchero a velo. Semplicemente inimitabile!
venerdì 6 dicembre 2013
Un libro italiano per Natale
Se state cercando
un bel libro da regalare o da farvi regalare per Natale, vi consiglio un libro
italiano intitolato L’amica geniale, scritto dalla scrittrice Elena
Ferrante.Il romanzo che è
stato tradotto in olandese da Marijke van Laake è uscito in edizione
Paperback lo scorso agosto sotto il titolo di De geniale vriendin.
Elena Ferrante è
lo pseudonimo di una scrittrice o di uno scrittore di cui si ignora la vera
identità. Di lei si sa solo che sarebbe nata a Napoli, città che avrebbe
abbandonato presto per vivere a lungo all’estero. La scrittrice parla
della scelta dell’anonimato come del desiderio di autoconservazione a salvaguradia del proprio
privato. Infatti, la scrittrice è fermamente convinta che i suoi libri non
necessitino di una sua foto in copertina, né di presentazioni promozionali perché queste non aggiungerebbe loro
mai niente di decisivo.
“L’amica
geniale” è un romanzo affascinanate
e si vorrebbe che non finisse mai. E infatti non finisce poiché è il primo di
una trilogia che qui porta a compimento la narrazione dell’infanzia e
dell’adolescenza di Lia ed Elena e ci lascia di fronte a nuovi grandi mutamenti
che stanno per sconvolgere le loro vite e la loro amicizia.
La trama: a Torino, dove abita Elena , arriva una
telefonata da parte del figlio quarantenne di Lila, preoccupato per la
scomparsa della madre che non ha lasciato nessuna traccia di sé. Elena capisce
immediatamente che la scomparsa dell’amica è voluta e questa è l’occasione per
lei di ritovare la memoria lontana della loro amicizia. Decide di mettersi al
computer e inizia a raccontare la storia della sua amicizia con Lila. Siamo a
Napoli negli anni cinquanta: in un povero quartiere, abitato da fascisti e
monarchici oltre che da piccoli teppisti e ignoranti arricchiti e sullosfondo
c’è l’ombra della camorra. I giovani che vivono qui cercano di superare le
divisioni fra famiglie, di uscire dal quartiere e di affrancarsi da un destino
segnato. Nello svolgersi della narrazione si seguono le storie delle diverse
famiglie contrassegnate da amori, passioni, odi vendette e vita di vicinato. Ma
al centro di tutto c’è sempre la profonda amicizia fra due bambine prima e adolescenti
poi. Lila è povera e magra, figlia di uno scarparo possiede una intelligenza
rara e precoce, è la piú brava a scuola e la piú cattiva con i maschi e le
compagne. È molto invidiata dall’amica del cuore Elena, figlia di un usciere
comunale, diligente e studiosa, che riuscirá ad approdare con molti sacrifici e
ore di studio al liceo classico.
La scrittrice
scava a fondo la psicologia delle due bambine che crescono, che scoprono
l’amore, le buone letture, la politica, la morale, le rivalitá, le incomprensioni
e le separazioni. La loro amicizia si rivela, nel corso degli anni, sempre piú
solida, anzi trae alimento dalle reciproche differenze e dai diversi percorsi
individuali.
Elena ha la
possibilitá di affrancarsi dal ristretto orizzonte del quartiere dove è nata
con lo studio e la frequentazione delle scuole medie e del liceo. Lila invece
abbandona gli studi prima per inseguire il sogno della fabbricazione di scarpe
artigianali di pregio e poi per finire sposa a sedici anni con il salumiere del
quartiere in cui abita. Il romanzo finisce qui e ci rendiamo conto che per
arrivare alla conclusione che è l’inizio del racconto mancano esattamente
cinquanta anni. Aspettando il seguito sorge peró spontanea una domanda: ma
chi davvero fra le due è l’amica geniale?
( Fonte: InternetCorriere)
giovedì 21 novembre 2013
21 Novembre Festa della Salute a Venezia
La Festa della
Salute è sicuramente tra le feste veneziane quella dall'impatto meno
"turistico", tradizione che evoca un sincero sentimento religioso popolare.
A tutt'oggi, il 21 novembre, migliaia di persone percorrono il ponte votivo di
barche eretto per l’occasione sul Canal Garande che unisce Santa Maria del
Giglio alla punta della Dogana e vanno in pellegrinaggio alla chiesa della
Salute a rendere omaggio alla Madonna e ad accendere un cero affinché interceda
per la loro salute.
Sfilando in
migliaia davanti all'altare maggiore dell'imponente Chiesa della Salute i
veneziani perpetuano il secolare vincolo di gratitudine che lega la città alla
Vergine Maria. Durante tutta la giornata, nella basilica, tenuta aperta senza
interruzione, vengono celebrate in continuazione messe e rosari, con un
afflusso continuo di fedeli.
La storia
Nel 1630 la peste
bubbonica si abbatte su tutto il nord Italia e anche su Venezia. Il doge fa
voto di erigere una chiesa intitolata alla Salute, chiedendo l'intercessione
della Vergine Maria per porre fine alla pestilenza. Il contagio della peste si
estende a Venezia in seguito all'arrivo di alcuni ambasciatori di Mantova, città
già molto colpita dall'epidemia, inviati a chiedere aiuti alla
Repubblica di Venezia. Gli ambasciatori vengono alloggiati in quarantena
nell'isola di San Servolo, ma nonostante questa precauzione alcuni falegnami
entrati in contatto con gli ospiti subiscono il contagio e diffondono il morbo
nell'area cittadina. L'epidemia è
particolarmente virulenta: nel giro di poche settimane l'intera città
viene colpita, con pesanti perdite tra gli abitanti e ne sono vittime lo stesso
doge Nicolò Contarini e il patriarca Giovanni Tiepolo. Nel momento culminante
dell'epidemia, in assenza di altre soluzioni, il governo della Repubblica
organizza una processione di preghiera alla Madonna, a cui partecipa per tre
giorni e per tre notti tutta la popolazione superstite. Il 22 ottobre 1630
il doge fa voto solenne di erigere un tempio votivo particolarmente grandioso e
solenne se la città fosse sopravvissuta al morbo.
Poche settimane
dopo la processione, l'epidemia subisce prima un brusco rallentamento per poi
lentamente regredire fino a estinguersi definitivamente nel novembre 1631. Il
bilancio finale è stimato in quasi
47.000 morti nella sola cittá di Venezia (oltre un quarto della popolazione) e
quasi 100.000 nel territorio del Dogado. Il governo decreta allora di
ripetere ogni anno, in segno di ringraziamento, la processione in onore della
Madonna denominata da allora della "Salute"e di erigere una basilica
in onore della Madonna.
La posizione per
la nuova basilica doveva essere una zona di primo piano, con vista sul Bacino
di San Marco. Vince il progetto dell'architetto Baldassare Longhena che
progetta la costruzione di un tempio barocco a struttura ottagonale sormontato
da un'imponente cupola. Opera gigantesca per l’epoca basti pensare che la
basilica poggia su più di 1 milione di
tronchi di legno. La costruzione
dura 56 anni ed infine la Basilica della Madonna della Salute
viene consacrata il 9 novembre 1687, il doge Marcantonio
Giustinian farà solenne giuramento che la Signoria avrebbe fatto visita al
sacro tempio il 21 novembre di ogni anno
Si tratta di una chiesa a pianta ottagonale, con una facciata
strutturata nelle famose sculture chiamate orecchioni, che ricordano appunto
delle orecchie enormi, che contribuiscono a bilanciare l'enorme colpo visivo della
cupola. Solo nella ricorrenza del 21 novembre tutti gli otto altari nelle loro
nicchie sono aperti al pubblico e quindi visitabili. L'altare centrale della Basilica di Santa Maria della
Salute, custodisce un’icona bizantina di una Madonna nera. È la Madonna della
Salute o Mesopanditissa, che proviene dall'Isola di Creta e che fu portata a
Venezia da Francesco Morosini nel 1670, quando i veneziani dovettero cedere
l'isola ai Turchi.
Oltre alla
tradizionale processione e alla messa è tradizione nel giorno della festa della
Salute, mangiare una pietanza a base di carne, la cosiddetta "castradina”.
La castradina sembra derivare dalle ricette della costa dalmata che era allora
parte della Repubblica di Venezia, ed è composta da carne di montone e verze in
brodo, timo e cipolle. Una nota su questo piatto di Elio Zorzi tratta dal suo
libro Osterie Veneziane del 1928 ci dice che la denominazione sembra risalire
all'anno 1173 come Sicce carnis de Romania et Sciavinia. In origine, era
solo la carne di montone salato e poi affumicata ed essiccata al sole e
conservata nelle navi mercantili, per nutrire i marinai veneziani che
attraversano il Mediterraneo e che viaggiavano verso paesi lontani. Si tratta di un cosciotto di montone salato, affumicato e
stagionato la cui preparazione è molto
lunga.
Ricetta:
Procurati la carne (le macellerie, i “becheri” a Venezia, da qualche anno, hanno ricominciato a venderla), mettila in acqua ballente e lascia che si raffreddi, quindi cambia l’acqua e falla nuovamente bollire e poi raffreddare. Continua così per 4/5 volte (ci vorrà un giorno intero, ma è indispensabile per togliere il forte sapore dell’affumicatura, la salatura e per far “rinvenire” la carne). A questo punto falla bollire per un paio d’ore in un brodo di cipolla, sedano, carota, alloro e bacche di ginepro. Lascia raffreddare e togli con cura tutto il grasso rappreso in superficie. Rimetti la pentola sul fuoco aggiungendo abbondante cavolo verzotto tagliato à la julienne, cuoci senza fretta, fino a quando le verze saranno ben cotte e la carne tenera.
Ricetta:
Procurati la carne (le macellerie, i “becheri” a Venezia, da qualche anno, hanno ricominciato a venderla), mettila in acqua ballente e lascia che si raffreddi, quindi cambia l’acqua e falla nuovamente bollire e poi raffreddare. Continua così per 4/5 volte (ci vorrà un giorno intero, ma è indispensabile per togliere il forte sapore dell’affumicatura, la salatura e per far “rinvenire” la carne). A questo punto falla bollire per un paio d’ore in un brodo di cipolla, sedano, carota, alloro e bacche di ginepro. Lascia raffreddare e togli con cura tutto il grasso rappreso in superficie. Rimetti la pentola sul fuoco aggiungendo abbondante cavolo verzotto tagliato à la julienne, cuoci senza fretta, fino a quando le verze saranno ben cotte e la carne tenera.
Visto che il 21
novembre oltre alla Madonna della Salute si festeggiava anche il compleanno di
mio padre questa festa nella mia famiglia è sempre stata molto sentita.. Nei
miei ricordi in questa giornata che tradizionalmente era nebbiosa, fredda e a
volte con acqua alta, fin dal mattino presto si assisteva ad una lenta e
continua processione di fedeli che attraversando il ponte votivo giungevano
alla basilica. Tutto intorno era pieno di bancarelle dove si vendevano le tradizionali
candele votive lunghe e fini da accendere in basilica in onore della Madonna.
Inoltre, sempre ai piedi della basilica, ovunque erano presenti le bancarelle
con i dolci tipici, torrone e frittelle il cui indimenticabile odore ti seguiva
e ti rimaneva nel naso durante tutto il giorno. Dopo una lunga fila in attesa
di poter entrare, all’ingresso in basilica l’altro odore tipico che ti assaliva
fortissimo era quello dell’ incenso. Entrando l’aria era densa e surreale e
l’imponente Madonna mi abbracciava nella sua bellezza. Da bambina quello che
piú mi abbagliava di quella splendida icona erano quelle incredibili collane
d’oro, scintillanti da cui non potevo staccare gli occhi e poi naturalmente il
premio finale dopo ore di cammino, di preghiera e di attesa: una fragrante
pastina piena di crema e zucchero a velo! Che meravigliosi ricordi. Ecco di seguito un piccolo video dell'occasione per ricavarne alcune impressioni:
martedì 19 novembre 2013
La grande bellezza nei cinema olandesi
Lo scorso mercoledí
6 novembre all’EYE Instituut di Amsterdam è andato in premiere La Grande
Bellezza il nuovo film di Paolo Sorrentino. Presentato in anteprima al
Festival di Cannes di quest'anno questo film ha segnato il grande ritorno
dell'autore a una produzione italiana. La pellicola, accolta da lunghi
applausi, ma anche contestata dalla stampa francese, ha l'ambizione o la
presunzione, di dire qualcosa di significativo sullo stato attuale dell’Italia,
sopratutto sulla sua decadenza. Molti hanno implicitamente fatto un paragone
tra questo film e La dolce vita
e 8½ di Fellini vedendo in tutte queste pellicole
il tentativo di far rivivere la magia felliniana di una Roma
contesa fra l’eterno della bellezza e l’effimero grottesco degli uomini.
La Grande
Bellezza di Sorrentino ha diviso pubblico e critica, ricevendo consensi e
critiche. Il regista
si misura con un soggetto molto complesso cercando di raccontare il vuoto di
valori dell’Italia contemporanea e in particolare di un ambiente alto borghese
romano frequentato da personaggi in cerca di affermazione, ma costantemente
incapaci di sottrarsi al fuoco fatuo della mondanità.
Il personaggio principale, interpretato da Toni Servillo, è
Jep
Gambardella, un giornalista con aspirazioni di scrittore naufragate
in un unico tentativo letterario di molti anni prima. A Roma diventa il
protagonista della mondanità, perdendosi in un labirinto di umanità incompiute
e false che anestetizzano la propria desolazione attraverso uno stile di vita
senza pensiero e senza scopo. Molti gli chiedono
perché non abbia più pubblicato romanzi e nel corso del film la risposta prende
corpo: il tentativo di trovare la grande bellezza della vita, il significato
più elevato dell’esperienza, è fallito nel vortice immobile di una società che
divora ogni senso profondo temendo che da esso possa derivare un doloroso
confronto con il vuoto dell’immagine. Il romanzo pubblicato ormai una vita fa,
fa attraversare al sessantenne giornalista viveur, mondano di professione una
esistenza con lo sguardo di chi ha visto tutto, stanco e cinico. In questo film
per Paolo Sorrentino,
più che la storia sembrano contare le suggestioni fatte di immagini.
In questa
corruzione fisica e morale fanno da contrasto degli scorci mozzafiato di una
Roma notturna e segreta, o soleggiata e monumentale, la visione di una suora
intenta a raccogliere arance, il sorriso di una ragazzina, un incontro
imprevisto con una donna di classe o la scoperta dell'esistenza di "due
brave persone". Sono le piccole
epifanie che bilanciano l'inerzia con cui va avanti Jep in un mondo che
prolifera sulle proprie rovine, in cui le velleità artistiche nascondono
incapacità e mancanza di talento.
Purtroppo in
questo film è presente una ridondanza dicontenuto, che si protrae in assenza di
un’autentica trama e piuttosto si affida a una sequela a volte estenuante di
frammenti sempre uguali, riempiti da individui che replicano se stessi nel
compimento di azioni patetiche, bizzarre, amorali.
(fonte internet spettacoli blogosfere)
domenica 10 novembre 2013
Dalston Anatomy, di Lorenzo Vitturi dal 8 novembre - 11 dicembre 2013 Amsterdam
Lorenzo Vitturi è
un fotografo italiano che vive e lavora tra Londra, Milano e Venezia. Nato a
Venezia nel 1980 è considerato uno dei giovani fotografi italiani di massimo
talento. Dopo la laurea in fotografia e design allo IED di Roma (2004), egli ha
ricevuto una borsa di studio presso il Centro di ricerca in comunicazione
Benetton, Fabrica, dove è rimasto per due anni dal 2005 al 2007. Ha iniziato la
sua carriera artistica come scenografo nell'industria del cinema a Roma e ha
portato questa esperienza nei suoi progetti fotografici che ruotano intorno a
installazioni site-specific che utilizzano lo spazio, la luce e la materia.
Egli usa la fotografia per impostare le scene di pensieri e idee attraverso la
manipolazione dello spazio, seguendo i suoi progetti dall'ideazione creativa
alla realizzazione.
Vitturi ha appena
pubblicato il suo libro Dalston Anatomy ( JibiJana & SPBH
edizioni), un libro fotografico che diventerá presto un classico. E proprio su
questo libro è basata la mostra che si è inaugurata ad Amsterdam il 7 novembre
presso Foam. La mostra intitolata Anatomia
Dalston è un'ode ai piaceri sensuali della vivace Ridley Road Market di
Londra . "Il mercato è un luogo unico dove si può arrivare a capire la
gente di Dalston a Hackney. Tutto l’insieme fa di questo luogo qualcosa di
speciale”, afferma Vitturi. Il suo studio si trova proprio vicino a questo
vivace e caleidoscopico mercato. Il fotografo ha trascorso moltissimo tempo a
Dalston Market per scattare foto, fare sculture e creare dei collage con
materiali e oggetti che trovava tra i rimasugli delle bancarelle. Vitturi
visitando le bancarelle del mercato ha trovato parti di materia organica e
inorganica, cibo tessuti , carne , detriti, e pigmenti. Ha riorganizzato la loro
forma, dipinto alcune parti e ne ha creato oggetti colorati e del tutto
speciali. Giocando con la combinazione tra illusione e realtà, mescolando
insieme diversi mezzi come la fotografia, la scultura, la pittura e il collage
è riuscito a costruire degli insiemi estemporanei. Vitturi utilizza qualsiasi
tipo di materiale per indagare l'effetto del tempo che passa e per catturare
l’attimo prima della sua trasformazione e il suo definitivo deperimento.
Le “sculture di
fortuna” che egli crea imitano la natura organica e temporanea del mercato, e
le fotografie delle stesse è il suo
modo di documentare il tempo che passa prima che le stesse muoiano
definitivamente. Nelle foto si vede una cacofonia di consistenza e colore: afro
e trecce, frutta, carne di maiale, pesce e palloncini, vernice brillante e
teloni utilizzati dalle bancarelle. Vitturi si concentra sul linguaggio
astratto ma universale di forme, colori e composizione .
L' inaugurazione della mostra Dalston Anatomy in presenza dell'artista è avvenuta giovedi 7 novembre.Questa mostra è stata realizzata in stretta collaborazione con la curatrice Francesca Seravalle. (Fonte Foam Press Release)
Dalston Anatomy ,
di Lorenzo Vitturi dal 8 novembre - 11 dicembre 2013
presso Foam
Keizersgracht 609
1017 DS Amsterdam
telefono + 31 (0)20 5516500
Orario di apertura tutti i giorni 10:00-06:00 , gio / ven 10:00-09:00 .
Biglietti: € 8,751017 DS Amsterdam
telefono + 31 (0)20 5516500
giovedì 7 novembre 2013
Bellas Mariposas 8 novembre Filmhuis a Purmerend
Bellas
mariposas è un film
italiano del regista sardo Salvatore Mereu che è uscito nei cinema
italiani nel maggio del 2013.
La trama:
Caterina ha
dodici anni, tanti fratelli e un padre nullafacente. Vive alla periferia di
Cagliari, ma vorrebbe fuggire: sogna di fare la cantante, non vuole finire come
sua sorella Mandarina, rimasta incinta a tredici anni, o come Samantha, la
ragazza oggetto del quartiere. Solo Gigi, un vicino di casa, merita il suo
amore. Ma oggi, 3 agosto, la vita di Gigi è in pericolo: Tonio, uno dei
fratelli di Caterina, vuole ucciderlo. Intanto lei trascorre con Luna, la sua
migliore amica, il giorno più lungo della loro vita, tra il quartiere, il mare
e le strade del centro. Quando scende la sera, tutto sembra perduto, ma dal
nulla compare una bellissima donna: la coga Aleni, una strega che può leggere
il futuro delle persone.
Il film è tratto dal racconto omonimo di Sergio Atzeni, scritto popolarissimo
in Sardegna. Si tratta di una commedia agra che racconta con un’originalità,
una freschezza e una libertà rare nel nostro cinema la giornata d’agosto di una
dodicenne che vive in questa brutta periferia cagliaritana, con un padre poco
di buono, una madre onesta e tanti fratelli e sorelle divisi tra chi ha preso
dal papà e chi della mamma. Una giornata trascorsa con la sua migliore amica
nel tentativo di salvare dalle ire di un fratello maggiore il ragazzino di cui
è innamorata, e nel corso della quale crescerà e troverà nuovo senso e
definizione del concetto di famiglia.
Il film e’stato girato
in quel quartiere difficile di Cagliari che è Sant’Elia grazie alla attività
d’insegnante del regista stesso In precedenza Mereu aveva girato un film
scolastico con i ragazzi locali proprio in quei luoghi e grazie a
quell’esperienza precedente lì come un intruso scomodo, ma il regista è stato
accolto come l’insegnante dei loro figli. Nelle scuole ha trovato prima le due
attrici protagoniste, e poi ho costruito attorno a loro tutto il cast.
Bellas Mariposas
è il racconto di una realtà terribile e degradata, ma con uno sguardo e dei
toni lievi, ironici e ottimisti. E’ un film solare e vibrante, energetico e
pieno di vita, capace di raccontare lo squallore e le bruttezze del mondo senza
farsene assorbire, ma considerandoli solo come dati oggettivi cui fanno da
contrasto le piccole, grandi gioie delle vita dalle quali la piccola Caterina
si aggrappa senza disperazione né revanscismi, ma con leggerezza e freschezza,
con spirito sereno, amaro solo nel retrogusto.
In questo film il
brutto e il bello vengono mostrati senza moralismi né estetizzazioni, con la
purezza non più ingenua di una preadolescente che della vita già sa tutto, ma
che la sua deve e può ancora costruirla come meglio crede. Guardando Bellas
mariposas si rabbrividisce e al tempo stesso si ride.
Bellas
Mariposas
Fumhuis
Purmerend Venerdí 8 Novembre ore 20.30
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