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venerdì 7 febbraio 2014

Marina film belga dove si parla italiano




È giá campione d'incassi in Belgio con oltre 400.000 spettatori che l'hanno già visto e amato. E’uscito in premiere nei cinema olandesi ieri 6 febbraio "Marina" il film cult del regista belga Stijn Coninx (candidato all'Oscar per "Padre Daens"). Il film racconta la storia vera di Rocco Granata, il musicista italo-belga autore della hit mondiale "Marina", che negli Anni '50 era un semplice bambino in lotta con un padre conservatore per realizzare il suo sogno: la musica. 

Una storia tutta italiana fatta di immigrazione, amore e determinazione. 
Trama: Italia 1948. Rocco è cresciuto in un paesino di montagna in Calabria. Un giorno il padre Salvatore prende una decisione coraggiosa: vuole un futuro migliore per la sua famiglia e il Belgio sembra essere la terra promessa.
Il padre di Rocco va a lavorare nelle miniere di carbone di Waterschei e il suo piano è quello di tornare in Italia come un uomo ricco. Ma dopo un anno che ha lasciato la famiglia in Italia e aver lavorato duro in miniera lascia prende la decisione definitiva di portare in Belgio anche il resto dei familiari. Ed è cosí che Rocco bambino italiano di 10 anni cresce in un posto strano, con una strana lingua e un'altra cultura. Rocco è  un giovane ribelle, che sta cercando - contro la volontà e la convinzione del padre - un senso nella musica e nell'amore. Egli segue il suo cuore per realizzare il suo sogno.
Il film di Coninx ha come attori protagonisti Luigi Lo Cascio (giá noto come uno dei due fratelli nel film La meglio gioventú) nel ruolo del padre di Rocco, Donatella Finocchiaro(giá famosa per aver recitato in Terraferma) nel ruolo della madre di Rocco e Matteo Simoni, attore fiammingo nel ruolo di Rocco.
Ecco di seguito il trailer ufficiale del film: 


lunedì 3 febbraio 2014

Arte e Eleganza, fotografie di moda di Gian Paolo Barbieri in mostra ad Amsterdam


Il fotografo di moda italiana Gian Paolo Barbieri con il suo stile elegante e passionale presenta una selezione di ritratti classici di donna, in bianco e nero e colore. Fotografie di icone internazionali che comprendono tra le quali Audrey Hepburn , Sophia Loren e Monica Bellucci . Barbieri ha un gusto estetico sublime ed è un grande maestro della fotografia in bianco e nero.


Gian Paolo Barbieri nasce a Milano nel 1938 in una famiglia di grossisti di tessuti imparando cosí fin da giovane l'arte di conoscere le stoffe, conoscenza che gli sarebbe poi diventata molto utile per la sua professione futura. Durante la sua adolescenza furono altri posti a catturare la sua attenzione: i teatri, in primo luogo, che nutrono e fanno emergere la sua vena fantastica , scoprendo, non molto tempo dopo, il cinema che avrebbe svelato in lui una grande passione per tutta la vita . A seguito di questa passione si trasferisce a Roma nel 1962. Nel frattempo per vivere sviluppa e stampa le foto scattate alle future aspiranti dive. Ma non per molto. La vita lo avrebbe portato altrove, a Parigi, per lavorare come assistente del fotografo Tom Kublin. Ed è questa esperienza di due mesi " atroci " che lo avrebbe lanciato nel mondo della fotografia.



Nel 1965 entra a far parte italiana di Vogue e produce la copertina del primo numero dell’edizione italiana. Il suo lavoro per le edizioni italiane, francesi e americane di Vogue lo ha portato a collaborare con i grandi stilisti quali Valentino, Armani, Yves Saint Laurent, Ferré, Versace e Dolce & Gabbana.
Gian Paolo Barbieri è considerato uno dei migliori fotografi di moda internazionali negli anni compresi tra il 1960, 1970 e 1980 . Lavorando in stretta collaborazione con lo stilista Valentino è stato responsabile per le innovazioni nelle moderne campagne pubblicitarie di moda.
Una mostra delle opere di Barbieri è stata curata dal fotografo di moda inglese David Bailey ,in espossizione al Victoria and Albert Museum di Londra e al Kunstforum di Vienna.


Mostra Arte e Eleganza

Amsterdam: 11 gennaio-8 marzo 2014
Eduard Planting Gallery | Fine Art Photographs

Eerste Bloemdwarsstraat 2, Amsterdam

Per maggiori informazioni ecco il link:



domenica 5 gennaio 2014

La Pinza: la torta della befana



Come giá detto nel post precedente a Venezia ogni anno il giorno dell’Epifania le befane si sfidano nella tradizionale regata mentre in terraferma si brucia la vecchia e dal fumo dei faló si leggono i pronostici per il nuovo anno al canto delle litanie, il tutto accompagnato da dolci, caramelle, vin brulé, cioccolata calda e pinza, il dolce veneto tipico della festa della Befana.

E’ questo un dolce rustico fatto con farina di mais o con pane raffermo. A Venezia, quella fatta con il pane raffermo si chiama torta nicolotta. Oggi vi do la ricetta con la farina di mais. In ogni caso è un dolce “robusto”, ricco di frutta secca, da accompagnare con un bicchiere di vino dolce.

Ingredienti per la pinza della befana (dosi per 6 persone):
 250 g farina gialla

100 g farina bianca

mezzo litro di latte

mezza bustina di lievito per dolci

100 g uvetta sultanina

2 bicchierini di grappa

1 cucchiaino di sale

100 g burro

150 g zucchero

50 g fichi secchi a pezzetti

50 g pinoli

1 cucchiaio di scorza grattugiata di arancia
1 cucchiaino di semi di finocchio
 Preparazione
 Innanzitutto preparate una polenta, versando a pioggia la farina gialla in mezzo litro circa di acqua, salata con il cucchiaino di sale e mezzo litro di latte. Cuocete questa polenta per circa 30 minuti mescolando quasi in continuazione con un mestolo di legno.
Intanto mettete a bagno l’uvetta nella grappa.
Quando avrete ottenuto una polenta senza grumi e non troppo densa, toglietela dal fuoco e fatela raffreddare per 10 minuti circa.
Accendete il forno a 170 ° e imburrate e infarinate bene uno stampo quadrato.
Una volta preparata la polenta, impastatela con gli altri ingredienti: amalgamatevi la farina bianca, il burro, lo zucchero, la scorza di arancia, i semi di finocchio, i pinoli, i fichi secchi e l’uvetta rinvenuta nella grappa e strizzata e il lievito. Mescolate bene il tutto, mentre aggiungete volta per volta gli ingredienti. Il composto dovrà risultare piuttosto denso… ma non troppo!
Infine trasferite tutto nello stampo e infornate per circa 1 e ½ ora circa.
Quando la sfornate, fatela un poco raffreddare e poi sformatela con delicatezza . Di solito si serve tiepida o fredda con un buon liquore anche caldo o un vino passito!

(fonte:giallo zafferano  cosi cucino io)

Vi mostro ancora due foto che mi ha inviato oggi mio cugino: questa era la befana davanti a casa mia.... che nostalgia .....






















 

La Befana chiude tutte le festivitá di Natale e Capodanno

La Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte,
col cappello alla romana viva viva la Befana...

La Befana è nell’immaginario collettivo italiano un mitico personaggio con l’aspetto da vecchia che porta doni ai bambini buoni la notte tra il 5 e il 6 gennaio. La sua origine discende da tradizioni magiche precristiane e, nella cultura popolare, si fonde con elementi folcloristici e cristiani: il significato dei doni portati da questa vecchietta è quello che ricorda i regali offerti a Gesù Bambino dai Magi
Con la fine dell'anno solare, il ciclo dei festeggiamenti si conclude il  6 gennaio, il giorno dell'Epifania, che nella saggezza popolare "tutte le feste porta via". Il termine "Epifania", di origine greca, che significa "manifestazione", sott'inteso della divinità, è stato utilizzato dalla tradizione cristiana per designare la prima manifestazione della divinità di Gesù Cristo, avvenuta in presenza dei re Magi.
Nella tradizione popolare però il termine Epifania, storpiato in Befana, ha assunto un significato diverso, andando a designare la figura di una vecchina particolare.



 









Anticamente la dodicesima notte dopo il Natale, ossia dopo il solstizio invernale, si celebrava la morte e la rinascita della natura, attraverso la figura pagana di Madre Natura. La notte del 6 gennaio, infatti, Madre Natura, stanca per aver donato tutte le sue energie durante l'anno, appariva sotto forma di una vecchia e benevola strega, che volava per i cieli con una scopa. Oramai secca, Madre Natura era pronta ad essere bruciata come un ramo, per far sì che potesse rinascere dalle ceneri come giovinetta Natura, una luna nuova. Prima di perire però, la vecchina passava a distribuire doni e dolci a tutti, in modo da piantare i semi che sarebbero nati durante l'anno successivo. In molte regioni italiane infatti, in questo periodo, si eseguono diversi riti purificatori simili a quelli del Carnevale, in cui si scaccia il maligno dai campi grazie a pentoloni che fanno gran chiasso o si accendono imponenti fuochi, o addirittura in alcune regioni si costruiscono dei fantocci di paglia a forma di vecchia, che vengono bruciati durante la notte tra il 5 ed il 6 gennaio.
 










 

Ora in epoca moderna, la Befana è rappresentata come una vecchia brutta e gobba, con il naso a becco, il mento aguzzo. Porta un gonnellone scuro ed ampio, un grembiule con le tasche, uno scialle, un fazzoletto o un cappellaccio in testa, un paio di ciabatte consunte, il tutto vivacizzato da numerose toppe colorate. E’ ricoperta di fuliggine, poiché si dice entri nelle case attraverso la cappa del camino. Nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, mentre tutti dormono, a cavalcioni di una scopa, sotto il peso di un sacco stracolmo di giocattoli, cioccolatini e caramelle (sul cui fondo non manca mai anche una buona dose di cenere e carbone), la Befana passa sopra i tetti e calandosi dai camini riempie le calze lasciate appese dai bambini. Questi, da parte loro, preparano per la buona vecchia, in un piatto, un mandarino o un’arancia e un bicchiere di vino. Il mattino successivo insieme ai regali troveranno il pasto consumato e l’impronta della mano della Befana sulla cenere sparsa nel piatto.La differenza principale tra i bambini è principalmente questa: coloro che durante l’anno sono stati buoni riceveranno in regalo dolci e regali, mentre chi al contrario si è comportato male ed è stato cattivo, riceverà come ricompensa soltanto del carbone. 
A Venezia ogni anno le befane si sfidano nella tradizionale regata mentre in terraferma si brucia la vecchia e dal fumo dei faló si leggono i pronostici per il nuovo anno al canto delle litanie, il tutto accompagnato da dolci, caramelle, vin brulé, cioccolata calda e pinza il dolce veneto tipico della festa della Befana.
(Fonte dati e foto: internet)

sabato 28 dicembre 2013

BUONE FESTE

A TUTTI GLI STUDENTI DI ITALIANDO PASSATI, PRESENTI E FUTURI I MIGLIORI AUGURI DI BUONE FESTE.

CON AFFETTO. 
NICCA VIGNOTTO


venerdì 13 dicembre 2013

Natale italiano: panettone o pandoro

Siamo il 14 di dicembre mancano solo dieci giorni a Natale e i preparativi fervono. Fra le mille ricette regionali e tradizionali per un Natale tutto italiano non possono mancare a fine pasto i classici dolci natalizi: il panettone e il pandoro. Ma quale dei due è il piú amato dagli italiani? Difficile rispondere a questa domanda certamente dipende molto dalle tradizioni di ogni famiglia. In casa mia il protagonista è sicuramente il pandoro. 
Storia del panettone
L'origine del panettone è milanese. Nel '600 aveva la forma di una rozza focaccia, fatta di farina di grano e chicchi d'uva. Nell' 800 il panettone era una specie di pane di farina di grano arricchito con uova, zucchero, uva passa. L’uva passa aveva una funzione propiziatoria di ricchezza e denaro.

Ci sono varie leggende legate alla storia del panettone.

Una prima leggenda ambientata a fine '400, narra di Ughetto figlio del condottiero Giacometto degli Atellani si innamorò della bella e giovane Adalgisa. Per star vicino alla sua amata egli s'improvvisò pasticcere come il padre di lei, tal Toni, creando un pane ricco, aggiungendo alla farina e al lievito, burro, uova, zucchero, cedro e aranci canditi. Erano i tempi di Ludovico il Moro, e la moglie duchessa Beatrice vista questa grande passione del giovane, aiutata dei padri Domenicani e da Leonardo da Vinci, si impegnò a convincere Giacometto degli Atellani a far sposare il figlio con la popolana. Il dolce frutto di tale amore divenne un successo senza precedenti, e la gente venne da ogni contrada per comprare e gustare il "Pan del Ton".


Narra una seconda leggenda che per la vigilia di Natale, alla corte del duca Ludovico, era stata predisposta la preparazione di un dolce particolare. Purtroppo durante la cottura questo pane a cupola contenente acini d'uva si bruciò, gettando il cuoco nella disperazione. Fra imprecazioni e urla, si levò la voce di uno sguattero, che si chiamava Toni, il quale consigliò di servire lo stesso il dolce, giustificandolo come una specialità con la crosta. Quando la ricetta inconsueta venne presentata agli invitati fu accolta da fragorosi applausi, e dopo l'assaggio un coro di lodi si levò da tutta la tavolata; era nato il "pan del Toni".


Uno degli artefici del panettone moderno è stato Paolo Biffi, che curò un enorme dolce per Pio IX al quale lo spedì con una carrozza speciale nel 1847. La nascita e lo sviluppo della forma e della confezione attuale del panettone sono databili alla prima metà del '900, quando Angelo Motta propose il cupolone e il "pirottino" di carta da forno, quasi a celebrare la crescita e l'importanza del preparato.

 







Storia del pandoro Questa è invece una golosità tipica di Verona, delicata, soffice, che ha trovato un posto d'onore nelle tavole natalizie italiane. Anche la sua storia è ricca di aneddoti e leggende. L'attuale versione del pandoro risale all ‘800 come evoluzione del"nadalin", il duecentesco dolce della città di Verona a forma di stella che per tradizione le famiglie veronesi preparavano per Natale. Nel 1260 per festeggiare il primo Natale dopo l’investitura dei nobili Della Scala a Signori di Verona si creó  inizialmenteun dolce costituito da un tronco a stella con 8 punte e non troppo alto ricoperto da una glassa.   Intorno alla fine dell’Ottocento, il dolce cambiò forma, venne alzato, le punte ridotte a 5 e la glassa eliminata.


 Il suo nome e alcune delle sue peculiarità risalirebbero invece ai tempi della Repubblica Veneziana dove sembra che fra l'offerta molto diffusa di cibi ricoperti con sottili foglie d'oro zecchino, ci fosse anche un dolce a forma conica chiamato "pan de oro".


Un'altra storia assegna la maternità del pandoro in Austria ai tempi dell’impero Asburgico, dove si produceva il cosiddetto “Pane di Vienna”, probabilmente derivato a sua volta dalle brioches francesi. Fin dal ‘700/’800, infatti la tecnica per ottenere questo pane era molto conosciuta, la sua lavorazione prevedeva di completare l’impasto aggiungendo una maggiore dose di burro (come si fa per la pasta sfoglia) con il risultato che, durante la cottura il dolce acquisti volume. Da non dimenticare che la famosa brioche francese per secoli ha rappresentato il dessert preferito della corte dei dogi



In ogni caso, qualunque sia stata la sua origine, nel 1894 fu brevettata la ricetta da Domenico Melegatti mentre lo stampo fu disegnato dal pittore impressionista Angelo Dell’Oca Bianca, che lo disegnò con il corpo a forma di stella a 8 punte.

Una cosa è abbastanza certa: il nome Pandoro deriva proprio dal colore dorato di questo dolce, dato dalla presenza, nell’impasto, di una gran quantità di uova.

Fra gli ingredienti del pandoro si annoverano: farina, zucchero, uova, lievito, burro e burro di cacao.La ricetta originale del pandoro non prevede che questo venga guarnito internamente con creme o canditi, il pandoro originale è quello senza farcitura ricoperto solo da uno strato di zucchero a velo. Semplicemente inimitabile!

venerdì 6 dicembre 2013

Un libro italiano per Natale


Se state cercando un bel libro da regalare o da farvi regalare per Natale, vi consiglio un libro italiano intitolato L’amica geniale, scritto dalla scrittrice Elena Ferrante.Il romanzo che è stato tradotto in olandese da Marijke van Laake è uscito in edizione Paperback lo scorso agosto sotto il titolo di De geniale vriendin.



Elena Ferrante è lo pseudonimo di una scrittrice o di uno scrittore di cui si ignora la vera identità. Di lei si sa solo che sarebbe nata a Napoli, città che avrebbe abbandonato presto per vivere a lungo all’estero. La scrittrice parla della scelta dell’anonimato come del desiderio di autoconservazione a salvaguradia del proprio privato. Infatti, la scrittrice è fermamente convinta che i suoi libri non necessitino di una sua foto in copertina, né di presentazioni promozionali perché queste non aggiungerebbe loro mai niente di decisivo.

“L’amica geniale” è un romanzo affascinanate e si vorrebbe che non finisse mai. E infatti non finisce poiché è il primo di una trilogia che qui porta a compimento la narrazione dell’infanzia e dell’adolescenza di Lia ed Elena e ci lascia di fronte a nuovi grandi mutamenti che stanno per sconvolgere le loro vite e la loro amicizia.

La trama: a Torino, dove abita Elena , arriva una telefonata da parte del figlio quarantenne di Lila, preoccupato per la scomparsa della madre che non ha lasciato nessuna traccia di sé. Elena capisce immediatamente che la scomparsa dell’amica è voluta e questa è l’occasione per lei di ritovare la memoria lontana della loro amicizia. Decide di mettersi al computer e inizia a raccontare la storia della sua amicizia con Lila. Siamo a Napoli negli anni cinquanta: in un povero quartiere, abitato da fascisti e monarchici oltre che da piccoli teppisti e ignoranti arricchiti e sullosfondo c’è l’ombra della camorra. I giovani che vivono qui cercano di superare le divisioni fra famiglie, di uscire dal quartiere e di affrancarsi da un destino segnato. Nello svolgersi della narrazione si seguono le storie delle diverse famiglie contrassegnate da amori, passioni, odi vendette e vita di vicinato. Ma al centro di tutto c’è sempre la profonda amicizia fra due bambine prima e adolescenti poi. Lila è povera e magra, figlia di uno scarparo possiede una intelligenza rara e precoce, è la piú brava a scuola e la piú cattiva con i maschi e le compagne. È molto invidiata dall’amica del cuore Elena, figlia di un usciere comunale, diligente e studiosa, che riuscirá ad approdare con molti sacrifici e ore di studio al liceo classico.
La scrittrice scava a fondo la psicologia delle due bambine che crescono, che scoprono l’amore, le buone letture, la politica, la morale, le rivalitá, le incomprensioni e le separazioni. La loro amicizia si rivela, nel corso degli anni, sempre piú solida, anzi trae alimento dalle reciproche differenze e dai diversi percorsi individuali.
Elena ha la possibilitá di affrancarsi dal ristretto orizzonte del quartiere dove è nata con lo studio e la frequentazione delle scuole medie e del liceo. Lila invece abbandona gli studi prima per inseguire il sogno della fabbricazione di scarpe artigianali di pregio e poi per finire sposa a sedici anni con il salumiere del quartiere in cui abita. Il romanzo finisce qui e ci rendiamo conto che per arrivare alla conclusione che è l’inizio del racconto mancano esattamente cinquanta anni. Aspettando il seguito sorge peró spontanea una domanda: ma chi davvero fra le due è l’amica geniale? 
( Fonte: InternetCorriere)